Lie to me su Rete 4 dal 11 Settembre 2010

Bisognerebbe essere una statua di cera di Madame Tussaud per sfuggire all’occhio clinico di Cal Lightman (Tim Roth).
Quest’ultimo è specializzato in psicologia delle emozioni ed ha dimostrato l’universalità  delle espressioni facciali analizzando per oltre vent’anni la comunicazione non verbale come metodo per scoprire le menzogne. Una sorta di mania, più che una professione, che ha origine nel passato: la madre di Lightman, quando era appena ragazzo, si suicidò dopo un periodo passato in un ospedale psichiatrico. Visionando un filmato della donna durante un colloquio con un medico, registrato il giorno prima che si suicidasse, Lightman colse un’espressione di tristezza talmente rapida da sfuggire all’occhio umano. Non al suo. La chiamò “microespressione” e da lì si convinse della sua validità  nell’individuazione delle menzogne. I suoi studi sulla mimica facciale e il linguaggio del corpo, nonchè i suoi best-seller venduti in tutto il mondo, hanno portato il nostro ad entrare in contatto con l’intelligence britannica e l’antiterrorismo americano con il compito di interrogare prigionieri e identificare possibili terroristi. Ritiratosi in privato, Lightman ha organizzato un team ad hoc – il Lightman Group – che fornisce consulenze, oltre che al F.B.I. e alla polizia, ad aziende e privati.
Su RETEQUATTRO debutta dal 11 settembre, ogni sabato alle 21.00, la serie-evento “LIE TO ME”, che vede Tim Roth nei panni di un detective che indaga grazie alla fisiognomica.
All’agenzia di Lightman collaborano: Gillian Foster (Kelli Williams), psicologa amica del protagonista; Ria Torres (Monica Raymund), ex agente aeroportuale dal talento naturale nel riconoscere le espressioni “colpevoli” negli indagati; il ricercatore fin troppo sincero Eli Loker (Brendan Hines); Ben Reynolds (Mekhi Phifer), agente del F.B.I. che affianca i detective delle espressioni. La 16enne Emily (Hayley McFarland) è la figlia di Lightman, divorziato da Zoe Landau (Jennifer Beals).
Le vicende del protagonista s’ispirano agli studi del dottor Paul Ekman dell’Università  della California, psicologo studioso del comportamento umano ed esperto di rilievo nel linguaggio del corpo e delle espressioni facciali; le tecniche utilizzate da Ekman – e di riflesso nel telefilm – sono dette, scientificamente, cinesica, prossemica e semiotica: rappresentano il fondamento stesso dell’ etologia umana, come ci ricordano gli studi di Irenaus Eibl-Eibesfeldt e quelli più divulgativi di Desmond Morris.
“La verità  è scritta sul nostro volto”: il claim di lancio della serie ideata da Samuel Baum la dice lunga, più di un sopracciglio arcuato o di una bocca dischiusa. Baum firma altresì da produttore esecutivo con Brian Grazer, David Nevins, Sarah Fain, Daniel Voll, Elisabeth Craft, Vahan Moosekian, Shawn Ryan, Daniel Sackheim, Steven Maeda.
Tra le guest-stars sfilano James Marsters, Antonio Fargas, Molly Price, Alicia Coppola, Melissa George, Richard Burgi, Jim Beaver.
La sigla d’apertura, che presenta una compilation di espressioni del viso e il relativo muscolo facciale collegato all’emozione che traspare, scorre sul tema musicale “Brand New Day” di Ryan Star. La restante colonna sonora è composta da Doug DeAngelis e Robert Duncan.
Originariamente, nella puntata-zero, la parte della figlia di Lightman è stata interpretata da Kay Panabaker, in seguito sostituita da McFarland. Le riprese sono state effettuate a Los Angeles.
Su “Variety”, Brian Lowry ha commentato: “dopo Psych e The Mentalist, un’altra serie che indaga sul potere dell’osservazione, anche se il personaggio interpretato dal talento di Tim Roth si avvicina più ad House, con quella genialità  irascibile pronta ad esplodere…”.
Sul “Washington Post”, Tom Shales ha scritto che “non si tratta di un ennesimo procedural drama, bensì del più provocante degli ultimi anni”.
Sul “Corriere della Sera”, Aldo Grasso ha chiosato: “ci sono alcune espressioni istintive (il sorriso, il sogghigno, il cipiglio, lo sguardo fisso, l’ espressione dell’ ira…) che governano la nostra comunicazione facciale e il Dr. Lightman (uno straordinario Tim Roth) cerca di intuirle, di leggerle, di interpretarle per metterle in contrasto con un altro linguaggio, più comune e convenzionale, quello delle parole. I pericoli che la serie corre sono quelli di offrirsi come una sorta di atlante dell’espressività , da comparare con volti noti, e di rifare il verso al Dr. House; ma se c’è azione, il racconto si esalta con irreprensibile ironia”

Fonte: Comunicato Stampa

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